Freney, prima salita solitaria

Monte Bianco Pilone Sud del Freney via Seygneur Dubost
Prima salita solitaria Ferruccio Ferraresi 1 Settembre 1984

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A sinistra il Pilone Sud,
al centro il Pilier Derobe’,
a destra il Pilone Centrale

Volgi il tuo sguardo ai monti, di là ti verrà aiuto.
Così comincia un bellissimo articolo di GianPiero Motti dedicato ai piloni del Freney.

L’anno è il 1979 e ancora non avevo salito il pilone centrale, ma dalla monografia avevo visto che mancavano le prime solitarie del Pilone Sud e delPilier Derobè. Certo i tempi non erano ancora maturi per me, ma all’epoca la mia fantasia non aveva confini e pensavo spesso all’idea di lasciare il mio nome su una parete prestigiosa come quella del Freney .

Il centrale, il più importante era stato scalato in solitaria la prima vota daGeorges Nominè, il Gervasutti che deve il nome al famoso alpinista da Pierre Beghin, mentre il Pilier Derobè, il più difficile, incassato tra il Pilone Centrale e il Pilone Sud, detto anche Pilastro Nascosto aveva regalato fama e gloria a un grandissimo e giovane Marco Bernardi.

La storia del Freney inizia con Giusto Gervasutti, che scala la parete per la prima volta nel 1940, occorreranno 12 anni prima che venga ripetuto per la prima volta il Pilone Nord, quella che viene al momento considerata la via più difficile per salire il Monte Bianco. Ma ciò che darà importanza famigerata e sinistra al versante del Freney sarà il tragico tentativo compiuto dalla cordata italofrancese del 1961, che vedrà protagonisti Walter Bonatti, Andrea Oggioni e un gruppo di alpinisti francesi guidati da Pierre Mazeaud.

Il Pilier Derobè viene risolto brillantemente da una fortissima cordata americana composta da Tom Frost eJohn Harlin, estremamente esperti sulle tecniche di scalata su granito maturate nello Yosemite. Tracciano una linea di difficoltà estreme, superiore dal punto di vista tecnico al più estetico ed evidente pilone centrale.

Infine il Pilone Sud, tecnicamente più facile, deve la sua prima ascensione alla guida alpina Yannich Seigneur e L. Dubost. Il pilier è molto evidente e ben marcato, tuttavia a parte un breve tratto centrale non presenta la verticalità dei suoi vicini, è una scalata in cui le difficoltà di misto prevalgono sull’arrampicata pura.

Negli anni seguenti si susseguiranno invernali, concatenamenti, salite tra i colouir incassati tra i piloni, ma questa è un’altra storia.

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In arrampicata sul pilone centrale

Estate del 1983 con Armando Antola e Andrea Mantero saliamo quasi di corsa il pilone centrale è un estate piena di soddisfazioni, non abbiamo fatto molte ascensioni ma tutte di un certo impegno.

Farò un primo tentativo solitario al pilone sud che naufragherà a causa del tempo incerto, prima ancora di cominciare.

 

 

1 settembre 1984 dopo una notte passata su una cengia alla base del Pilone Sud mi preparo una rapida colazione prima di salire il canale che porta alla base del primo salto roccioso.

Sono molto teso, tuttavia mi trovo in una posizione in cui scendere è altrettanto complicato che salire.

Il Freney non è solo un problema tecnico, arrivare alla base dei piloni è già di per sé una scalata completa, lunga e faticosa, con attraversamento di ghiacciai crepacciati e tratti di misto in alta quota.

Il ritorno diventa un problema serio, per un solitario, poi con zaino pesante, brutto tempo o altri contrattempi, quasi impossibile. Una solitaria sul Freney all’epoca, parlo del 1984, era per me un biglietto di sola andata, non c’erano ancora telefoni cellulari con cui mettersi in contatto con il soccorso alpino, in caso di bisogno avrei potuto contare solo sulle mie forze.

La scelta di bivaccare alla base del pilone era stata determinata dal fatto di evitare la pericolosa discesa dal Col Eccles al buio, tanto il fatiscente bivacco omonimo non mi avrebbe certo permesso di riposare meglio, inoltre avrei potuto cominciare l’arrampicata non affaticato da ulteriori tre ore di scalata.

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Al Rifugio Monzino, prima della scalata

L’avvicinamento era stato un po’ rocambolesco con un viaggio da Genova a Courmayeur in corriera, al Rifugio Monzino il gestore, capo delle guide, Garda mi aveva raccontato le disgrazie degli ultimi tre anni pur di farmi desistere dall’idea di farmi andare da solo. Poi alla fine quando si era reso conto che sarei partito ugualmente, mi aveva concesso di dormire nel locale adibito alle guide e ai loro clienti, dicendomi: così riposerai meglio.

I gestori del rifugio erano i soli al corrente del mio progetto infatti per sviare sospetti avevo detto che sarei andato a trovare il mio amico Andrea Parodi a Pratonevoso.

Comincio a salire alle prime luci dell’alba il canale, la parete si tinge di rosa, è la magia che il Freneyconcede solo per qualche attimo a coloro che si avventurano nel suo anfiteatro.

Arrivo al primo salto roccioso, la relazione dà V+ A1 7 chiodi, mi autoassicuro usando un solo chiodo di progressione artificiale, il sesto grado non era in programma ma cerco di salire il più velocemente possibile, per evitare un bivacco, che su una parete come questa, come recita la monografia è meglio evitare, per ridurre le possibilità di cambiamenti del meteo.

Durante la risalita con le maniglie Petlz per recuperare sacco e materiale, la corda sfrega su una lama tagliente , parte completamente la camicia e parte dei trefoli che la compongono, taglio la parte danneggiata, non potrò più contare sui 50 metri di corda. Adesso capisco il significato della parola angoscia, cioè uno stato d’ansia protratto per lungo tempo, se prima avevo poche possibilità di scendere adesso non ne ho più nessuna. Ripongo la corda nello zaino e comincio a salire su terreno marcio di misto con uno zaino di oltre 20 chili che mi strappa dalla parete; fino qua è andato tutto bene, quando una scarica di sassi sventaglia il tratto di misto che avevo appena salito. Rabbrividisco al pensiero che dieci minuti fa ero nel punto in cui si è abbattuta la scarica, a volte la carriera di un alpinista è fatta anche di momenti fortunati, questo è uno di quelli.

Sono tornato da poco da una spedizione sulle Ande Peruviane, abbiamo compiuto la prima italiana sulloYerupaja e una via nuova sul Nevado Rasac. Sono allenato, magro e affamato come un lupo, mi sento al posto giusto al momento giusto.

Arrivo sotto un camino foderato di ghiaccio e con un groppo alla gola mi rendo conto che dovrò salire di lì. E’ in condizioni terrificanti, do un’occhiata a sinistra e scopro una rampa che porta sotto un diedro ostico ma pulito, proseguo alla base del diedro e con una dura battaglia di chiodi nuts e libera riesco ad arrivare in cima.

Seguono tiri più facili in cui comunque mi autoassicuro con lo spezzone di corda rimasto su ogni tiro e ogni tiro devo farlo tre volte per recuperare il materiale, due in salita e uno in discesa. Lo zaino è un’autentica maledizione a causa del suo peso, dietro mi sono portato materiale da bivacco e da ghiaccio per poter fronteggiare ogni evenienza. Le difficoltà calano e la via segue il filo del pilone su ottimo granito.

Arrivo al culmine del pilone, ma quando sono al termine mi aspetta un amara sorpresa, un ultima crestina affilatissima mi attende, sono completamente sfinito, la cresta è composta di neve marcia battuta dal sole, superarla direttamente non se ne parla, decido quindi di scendere e traversarla più in basso verso l’imbuto che separa il Pilone Sud dal Derobè.

Sono attimi di passione e suspence, ma alla fine arrivo dall’ altra parte, un altro pendio facile di misto mi separa dalla Cresta del Brouillard, sto procedendo slegato, non è difficile ma sono molto stanco. Alla fine arrivo sulla cresta, il sole sta tramontando, tra me e la cima del Monte Bianco non esistono più difficoltà tecniche, solo tre ore di fatica. L’atmosfera è quella che ti attende dopo una salita che ti ha impegnato al massimo, il tramonto rende ancora più suggestivo questo momento, dopo quasi quindici ore ininterrotte arrivo sulla cima del m. Bianco, è la scalata più impegnativa dal punto di vista psicofisico che abbia mai fatto. Sono disidratato come un limone spremuto, ma sono al settimo cielo, la discesa è ancora lunga ma le difficoltà sono finite, sono uscito dalla trappola, ormai è solo fatica. Una coppia di alpinisti torinesi mi darà un passaggio in macchina per il traforo del massiccio fino alle aiuole di Courmayeur in cui mi attenderà, l’ultimo bivacco in attesa della corriera per Genova .

di Ferruccio Ferraresi, Settembre 2011

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Sulla sinistra il Pilier Derobe’
a destra il Pilone Centrale